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IMPONIMENTO

’Ndrangheta, il “governo” degli Anello-Fruci: boschi, appalti e territori da spartire dal Vibonese al Lametino

Dalla gerarchia interna al patto con i Bonavota per Pizzo. In Appello ricostruita una cosca capace di decidere chi potesse lavorare e di attraversare indagini, arresti e carcerazioni

Pubblicato il: 30/07/2026 – 19:04
di Giorgio Curcio
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CATANZARO Una cosca capace di governare il territorio, scegliere quali imprese potessero lavorare, spartire aree d’influenza e intervenire nelle controversie economiche e personali. È lo scenario criminale confermato dalla Corte d’Appello di Catanzaro nelle motivazioni del processo abbreviato “Imponimento”. Il controllo, attribuito agli Anello-Fruci, non si sarebbe affatto limitato alle richieste di denaro agli imprenditori ma fino a decidere chi potesse tagliare un bosco, quale ditta dovesse entrare in un cantiere, chi potesse lavorare nei villaggi turistici. E ancora autorizzare iniziative, sostenere gli affiliati finiti in carcere e stringere accordi con altre famiglie di ’ndrangheta per allargare o difendere il proprio spazio criminale. È questa la struttura di potere che, nella sentenza di secondo grado, è stata di fatto riconfermata rispetto alla costruzione accusatoria della Dda di Catanzaro. Quella degli Anello-Fruci è, dunque, un’organizzazione «capace di adattarsi agli arresti dei vertici e di mantenere nel tempo il controllo di un’ampia fascia di territorio tra il Vibonese e il Lametino».

La catena di comando

Ma andiamo per gradi, partendo dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Francesco Michienzi. Parole che restituiscono una struttura governata dai due nuclei familiari degli Anello e dei Fruci. Al vertice era collocato Rocco Anello, indicato come il «capo assoluto» e già condannato a vent’anni. Durante i suoi periodi di assenza o detenzione, il comando sarebbe passato al fratello Tommaso e, successivamente, ai fratelli Giuseppe e Vincenzino Fruci. Non si sarebbe trattato di una semplice alleanza tra famiglie. Tra gli Anello e i Fruci, secondo il collaboratore, esisteva un patto di «mutua assistenza» e di spartizione degli introiti. I gregari, invece, sarebbero stati ricompensati in base alle azioni compiute, trattenendone i proventi. Una catena di comando che avrebbe consentito alla cosca di continuare a operare anche durante le lunghe carcerazioni dei suoi esponenti principali. Le attività attribuite al gruppo si estendevano dai furti alle estorsioni, dai danneggiamenti alle armi e agli stupefacenti, ma la vera misura del potere emergeva dalla capacità di intervenire nell’economia legale.

Chi poteva lavorare

I tagli boschivi, i villaggi turistici e gli appalti pubblici e privati vengono indicati dalla Corte come alcuni dei settori sottoposti all’interesse della cosca già negli anni precedenti alle indagini di “Imponimento”. Le dichiarazioni più risalenti dei collaboratori, spiegano i giudici, costituiscono la premessa delle attività documentate successivamente. Nel settore boschivo sarebbe stato Rocco Anello a stabilire chi potesse eseguire i lavori nel territorio controllato dal gruppo. Il collaboratore indica nell’imprenditore Francesco Mallamace il soggetto di riferimento della cosca per i tagli effettuati sui terreni privati. La scelta dell’impresa da favorire non sarebbe stata una questione puramente economica. Avrebbe rappresentato l’esercizio di un potere di selezione: sostenere gli imprenditori ritenuti vicini, escludere gli altri e trasformare un’attività legale in uno strumento di presenza sul territorio. Secondo il racconto di Michienzi, durante la detenzione di Anello per l’operazione “Prima”, Mallamace avrebbe mostrato un biglietto proveniente dal carcere. Un messaggio che sarebbe servito a ribadire la protezione del vertice e la posizione riconosciuta all’imprenditore.

Appalti e villaggi turistici

Lo stesso schema sarebbe stato applicato ai lavori edili e al movimento terra. Le motivazioni richiamano le dichiarazioni secondo cui Rocco Anello e Francesco Fortuna, esponente vicino ai Bonavota, avrebbero sviluppato interessi imprenditoriali nel settore edilizio. Anello avrebbe utilizzato il figlio Francescantonio come volto formalmente pulito delle attività, mentre Fortuna si sarebbe affidato al fratello. Le imprese riconducibili ai due gruppi sarebbero state imposte agli imprenditori impegnati nella realizzazione di opere, in particolare dei villaggi turistici. Non era necessario, secondo la ricostruzione giudiziaria, che ogni imposizione fosse accompagnata da una minaccia esplicita. A pesare era la fama criminale degli interlocutori e la consapevolezza che un rifiuto potesse avere conseguenze. La libertà dell’imprenditore diventava così soltanto apparente. Si poteva discutere il prezzo, definire i dettagli del lavoro o formalizzare un contratto, ma la scelta fondamentale, quella dell’impresa da utilizzare, sarebbe stata già decisa altrove.

Il patto per Pizzo

La capacità della cosca di muoversi fuori dal proprio territorio storico emerge anche dai rapporti con i Bonavota. Michienzi riferisce di un accordo concluso tra Rocco Anello e Domenico Bonavota per la gestione criminale della città di Pizzo. L’intesa sarebbe nata con un obiettivo preciso: «arginare i Mancuso», accusati di estendere la propria presenza nei territori rivendicati dagli Anello e dai Bonavota. Dopo quell’accordo, il raggio d’azione degli uomini della cosca si sarebbe spinto oltre il bivio di Francavilla Angitola e fino a Pizzo. Il patto mostra una geografia criminale non rigidamente chiusa nei confini comunali, ma costruita attraverso alleanze, autorizzazioni reciproche e interessi condivisi. La gestione di un territorio poteva diventare oggetto di un accordo, così come un settore economico o un cantiere.

Dal Vibonese al Lametino

La mappa ricostruita nelle motivazioni comprende Filadelfia e i centri vicini, ma arriva fino ad Acconia di Curinga, Curinga, San Pietro a Maida e Maida. In queste ultime aree i fratelli Fruci avrebbero esercitato la propria influenza e diretto anche le attività legate alle coltivazioni di marijuana. La Corte richiama una struttura organizzata, con una ripartizione dei compiti, la circolazione immediata delle informazioni e la disponibilità di una cassa comune. Le notizie che interessavano il gruppo sarebbero state trasmesse rapidamente ai vertici, mentre agli affiliati arrestati venivano garantiti denaro, spese legali e beni di prima necessità. La solidarietà verso i detenuti non aveva soltanto una funzione assistenziale. Serviva a mantenere saldo il vincolo associativo, assicurare il silenzio e dimostrare che la cosca non abbandonava chi aveva agito per conto del gruppo.

Una cosca attraversata da arresti e processi

Il quadro di “Imponimento” non nasce da un’unica indagine. Le motivazioni collegano i fatti più recenti a una lunga serie di procedimenti che, negli anni, hanno documentato la continuità operativa del gruppo. Dall’operazione “Prima” alle vicende emerse in “Conquista” ed “Effetto Domino”, fino alle estorsioni nei lavori per il parco eolico ricostruite in “Via col Vento”. E ancora le armi provenienti dalla Slovacchia che, secondo il collaboratore Marino Belfiore nel procedimento “Gentleman”, sarebbero state acquistate da Rocco Anello dopo essere state inertizzate e poi rese nuovamente funzionanti. In “Effetto Domino” era stata accertata anche l’imposizione agli imprenditori di una percentuale del 2% sull’importo dei lavori eseguiti nei territori sottoposti all’influenza della cosca, oltre a una somma mensile per la protezione di un complesso industriale. Indagini diverse, dunque, ma per la Corte inserite in una stessa linea di continuità: la capacità degli Anello-Fruci di sopravvivere agli arresti, sostituire i vertici momentaneamente assenti e continuare a presentarsi come l’autorità in grado di decidere chi potesse lavorare, investire o muoversi nel territorio. Un “governo” parallelo fondato sulla reputazione criminale, sui rapporti con le altre cosche e sulla possibilità di trasformare ogni attività economica, dal bosco al villaggio turistico, in un’occasione di controllo e arricchimento.

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