La famiglia della 23enne investita a Vibo scrive a Mattarella, Meloni e Occhiuto: «Cambiare la sanità dell’emergenza»
Lettera aperta al presidente della Repubblica, al Governo e alla Regione Calabria. «Andrea diventi un simbolo»
VIBO VALENTIA Una lettera aperta alle più alte cariche dello Stato affinché il dramma di Andrea non resti soltanto una vicenda personale, ma diventi il punto di partenza per un cambiamento concreto nella sanità dell’emergenza e nella sicurezza stradale. È l’appello lanciato dalla famiglia della giovane pianista di 23 anni, investita lo scorso 28 luglio a Vibo Valentia da un Suv mentre attraversava sulle strisce pedonali e tuttora ricoverata in gravissime condizioni nel reparto di Terapia intensiva. Il documento, datato 1 agosto 2026 e firmato dalla famiglia della ragazza, è indirizzato al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, al presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, oltre che ai ministeri della Salute e delle Infrastrutture e dei Trasporti, al prefetto di Vibo Valentia, al presidente della Provincia, al Senato e alla Camera dei Deputati. «Andrea deve vivere. E da Andrea deve rinascere la speranza di una Calabria migliore e di un’Italia che protegga davvero i propri cittadini», è il messaggio che apre la lunga lettera, nella quale i familiari ripercorrono i momenti drammatici seguiti all’incidente. La zia della giovane racconta il dolore di una famiglia che vive “sospesa tra la speranza e la paura», ricordando come Andrea, prossima al diploma al Conservatorio “Fausto Torrefranca” di Vibo Valentia, avesse scelto di restare nella sua terra per costruire il proprio futuro. Una scelta che, sottolineano i familiari, rappresentava un atto di fiducia verso la Calabria. Il cuore della lettera è rappresentato dal racconto dei soccorsi. Secondo quanto riferisce la famiglia, l’ambulanza sarebbe arrivata circa cinquanta minuti dopo l’investimento. Un’attesa definita “infinita”, durante la quale a prestare le prime cure sono state la zia della ragazza, esperta nelle manovre di primo soccorso, e una pediatra che si trovava casualmente sul posto e che si è fermata ad assistere Andrea fino all’arrivo dei sanitari. Pur esprimendo profonda gratitudine verso medici, infermieri e operatori del 118, i familiari chiariscono che la loro non è una polemica contro il personale sanitario, bensì una richiesta di rafforzare il sistema dell’emergenza. «La sopravvivenza di una persona non può dipendere dalla fortuna», scrivono, chiedendo una rete dei soccorsi più efficiente, maggiori investimenti, più mezzi, personale adeguato e un sistema di elisoccorso capace di garantire interventi tempestivi. Nella lettera emerge anche un ringraziamento all’Arma dei Carabinieri, descritta come una presenza costante non solo sul piano investigativo, ma anche umano, per il sostegno fornito alla famiglia nei giorni successivi all’incidente. Rivolgendosi al governo, i familiari evidenziano la carenza di medici come un problema dell’intero Paese e chiedono una revisione della programmazione dei corsi di laurea in Medicina, affinché il Servizio sanitario nazionale possa contare su un numero adeguato di professionisti. La famiglia invoca inoltre un piano nazionale per rendere più sicuri gli attraversamenti pedonali attraverso semafori nei punti più critici, migliore illuminazione, dossi rallentatori, controlli sulla velocità, campagne di educazione stradale e una riflessione su eventuali interventi normativi per rafforzare la tutela dei pedoni. «La nostra non è una richiesta di vendetta, ma di prevenzione», scrivono, annunciando l’intenzione di promuovere un’interrogazione parlamentare e di coinvolgere le istituzioni affinché «questa tragedia si trasformi in un cambiamento concreto». Nel passaggio conclusivo la famiglia lancia un appello diretto ai destinatari della lettera, chiedendo un incontro e un impegno pubblico affinché dal dramma di Andrea possano nascere riforme e investimenti capaci di salvare altre vite. «Andrea non può diventare soltanto una notizia. Andrea deve diventare un simbolo», concludono i familiari. «Il simbolo di una Calabria che non accetta più di sentirsi dimenticata e di un’Italia che sceglie di investire nella sanità, nella sicurezza e nei suoi giovani».
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