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LA CASSAFORTE DELLE COSCHE

’Ndrangheta, la «lavagna» dei milioni e il tariffario del riciclaggio: così funzionava la “banca occulta”

Le intercettazioni nell’inchiesta della Dda di Milano svelano i meccanismi del sistema finanziario clandestino. Dai contanti alle fatture false, fino ai portafogli digitali. Ecco come venivano gestit…

Pubblicato il: 21/10/2026 – 18:41
di Giorgio Curcio
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MILANO Il rumore di una macchina conta-soldi, le banconote divise in mazzette, gli elastici per tenerle insieme e i conteggi da verificare. «Quella cazzo di macchinetta sempre che li contava male», si lamenta uno dei presenti. «Questi so altri 100», aggiunge un altro, facendo riferimento, secondo gli investigatori, a ulteriori centomila euro. È il primo maggio 2025 e negli uffici della GE.MA. Multiservizi di Pero, alle porte di Milano, si discute di denaro. Tanto denaro. Una conversazione intercettata dalla Guardia di Finanza che restituisce uno spaccato del funzionamento della presunta «banca occulta» della criminalità organizzata, al centro della maxinchiesta della Dda di Milano culminata nell’esecuzione di trenta misure cautelari. A parlare sono Giuseppe Piscioneri (1975), Paolo Pelaggi (1974) e Luigi Mercadante (1973), tutti destinatari della custodia cautelare in carcere e indicati dagli inquirenti come i tre presunti vertici dell’organizzazione. Un sistema nel quale sarebbero confluiti capitali provenienti dal narcotraffico e dall’evasione fiscale, destinati a essere movimentati attraverso una rete di società cartiere, conti bancari esteri e criptovalute. Il tutto governato da una contabilità parallela, custodita in fogli Excel, e da un tariffario che prevedeva commissioni differenti per ciascun servizio. Una struttura che gli investigatori descrivono come una sorta di istituto finanziario clandestino, capace di collegare gli interessi di esponenti della ’ndrangheta, dei Casalesi e di imprenditori interessati a ottenere fatture false e disponibilità di denaro contante.

Il «consiglio d’amministrazione» e i soldi contati a mano

Il gip Luca Milani, nell’ordinanza, ricostruisce innanzitutto l’organizzazione interna del gruppo. Piscioneri, già condannato quale affiliato alla ’ndrangheta del locale di Pioltello, avrebbe garantito la base operativa, la gestione materiale del contante e quella che gli investigatori definiscono la protezione mafiosa delle attività. Pelaggi, già condannato per reati fiscali e fallimentari aggravati dall’agevolazione delle cosche crotonesi Arena, Nicoscia e Grande Aracri, avrebbe invece messo a disposizione le proprie competenze contabili e finanziarie, organizzando le operazioni, i rapporti con i clienti e la ripartizione dei guadagni. Mercadante, già condannato quale affiliato ai Casalesi, avrebbe contribuito alla gestione delle attività finanziarie e al recupero dei crediti, estendendo la rete operativa anche alla Campania. Per la Procura i tre costituivano una sorta di «consiglio di amministrazione», con responsabilità differenti ma una gestione condivisa degli affari. La conversazione del primo maggio 2025 offre un’immagine particolarmente efficace di questa organizzazione. Gli investigatori registrano il rumore della macchina conta-soldi mentre i tre discutono delle somme disponibili e della loro sistemazione. «Vedi come erano sistemati quelli con i bigliettini e te controlli», spiega Piscioneri. Poi aggiunge: «Questi sono così e li separi con l’elastico». Pelaggi interviene sui conteggi, mentre Mercadante annuncia l’arrivo di altro denaro. Si discute anche delle somme da consegnare e di quelle che devono rimanere nella disponibilità del gruppo. «Questi li ho toccati io… che gli ho dato la differenza e gli ho fatto il bigliettino di quello che deve rimanere», precisa Piscioneri. Una contabilità ancora materiale, fatta di banconote, promemoria scritti a penna e consegne da organizzare. Ma dietro quella scena, secondo l’accusa, si nascondeva un’infrastruttura finanziaria decisamente più sofisticata.



La «lavagna» dei milioni e i conti aggiornati in tempo reale

Il cuore del sistema era rappresentato da un documento digitale che gli stessi indagati chiamavano «lavagna». «La lavagna sarebbe lo schema Excel», spiega Pelaggi in una conversazione intercettata il 29 agosto 2025. Un semplice foglio di calcolo, almeno all’apparenza, che secondo gli investigatori permetteva di controllare le movimentazioni di denaro, i pagamenti effettuati, le commissioni e i trasferimenti verso i portafogli digitali. Accanto alla lavagna esistevano le cosiddette «schede», dedicate ai singoli clienti e intermediari. Vi venivano riportati i bonifici ricevuti dalle società cartiere, le somme restituite in contanti, i pagamenti in criptovalute e i compensi da riconoscere ai partecipanti. Tra i documenti recuperati dagli investigatori figurava anche un file chiamato «situazione generale», una sorta di quadro riepilogativo con indicazioni sulla liquidità presente negli uffici, i saldi dei conti correnti, le disponibilità sulle piattaforme di criptovalute, i conti bloccati e le operazioni di ritiro e consegna del denaro. A gestire gli aggiornamenti della lavagna sarebbe stato, tra gli altri, Walter Iasiello (1964), anche lui destinatario della custodia cautelare in carcere, indicato nell’inchiesta come uno degli esperti incaricati delle operazioni in criptovalute. In una conversazione del 26 novembre 2025, Pelaggi descrive il funzionamento del sistema e sollecita ripetutamente il collaboratore: «Walter aggiornami la lavagna… Walter aggiornami la lavagna». Poi spiega che l’aggiornamento serviva a verificare i pagamenti effettuati e le disponibilità ancora utilizzabili. In un’altra intercettazione del 4 novembre, Pelaggi dispone di evidenziare alcune somme in giallo e aggiunge: «Mo vediamo la lavagna com’è messa… e aggiornami la lavagna!». L’analisi forense dei dispositivi sequestrati a Pelaggi il 24 giugno 2026 avrebbe permesso agli investigatori di recuperare la contabilità parallela. Tra il 10 luglio 2025 e il 23 marzo 2026, i flussi ricostruiti attraverso la lavagna ammontano a circa 47,5 milioni di euro, corrispondenti a oltre 51 milioni di USDT, una criptovaluta il cui valore è ancorato al dollaro statunitense.

Dalle fatture false alle criptovalute: il meccanismo della «banca»

Ma come funzionava concretamente il sistema? Secondo la ricostruzione della Procura, l’organizzazione disponeva di almeno 18 società cartiere, utilizzate per emettere fatture relative a operazioni inesistenti. Le imprese clienti effettuavano pagamenti apparentemente regolari attraverso bonifici bancari, ottenendo documentazione fiscale che avrebbe consentito loro di abbattere il reddito imponibile o conseguire indebiti vantaggi tributari. Il denaro, una volta accreditato sui conti delle società cartiere, veniva gestito attraverso due circuiti paralleli. Da un lato, gli imprenditori potevano ricevere la restituzione delle somme in contanti, al netto delle commissioni trattenute dall’organizzazione. Dall’altro, le disponibilità bancarie potevano essere trasferite su conti esteri e successivamente convertite in criptovalute. Per alimentare il circuito delle restituzioni in contanti, il gruppo avrebbe utilizzato anche il denaro proveniente dal traffico di stupefacenti e quello raccolto attraverso intermediari capaci di reperire liquidità presso operatori economici, compresi soggetti appartenenti alla comunità cinese. Un meccanismo di compensazione: chi aveva denaro contante da ripulire otteneva disponibilità digitali, mentre chi disponeva di somme sui conti bancari poteva ricevere contanti o criptovalute. La particolarità consisteva proprio nella possibilità di evitare i tradizionali prelevamenti bancari, sfruttando l’incontro tra esigenze finanziarie differenti. La Procura descrive questo sistema come una vera e propria «camera di compensazione» clandestina, capace di mettere in collegamento l’evasione fiscale con il riciclaggio dei proventi criminali.

Il tariffario del riciclaggio: dall’1,5 all’11 per cento

E naturalmente ogni servizio aveva un prezzo. L’ordinanza ricostruisce un articolato tariffario, con commissioni variabili a seconda del tipo di operazione, dell’importo e dei rapporti intrattenuti con il cliente. In una conversazione recuperata dall’applicazione Signal, Pelaggi discute con un interlocutore identificato come «T Rex» delle condizioni applicate per trasformare il denaro contante in criptovalute. «Cioè io ti do cash 100k. E tu mi mandi?», domanda l’interlocutore, facendo riferimento a centomila euro. Pelaggi risponde spiegando che avrebbe trasferito il controvalore in USDT, trattenendo una commissione dell’1,5%. Per la conversione di bonifici in criptovalute si discute invece di percentuali comprese tra il 2,5 e il 3%. L’emissione di fatture false con contestuale restituzione in criptovalute poteva comportare una commissione del 3,5%. In altri casi le tariffe risultavano differenti. Per alcune operazioni di fatturazione senza IVA, il prospetto riportato nell’ordinanza indica una commissione dell’11%. Un sistema nel quale la clientela più importante poteva ottenere condizioni particolarmente favorevoli. Le percentuali, inoltre, dovevano remunerare anche gli intermediari e gli esperti incaricati di effettuare materialmente i trasferimenti finanziari. Per Iasiello, ad esempio, le indagini ricostruiscono una commissione dell’1% sulle operazioni di conversione in criptovalute.

«Qui puoi spendere 500mila euro al giorno»: il rapporto con le banche

Un altro capitolo dell’inchiesta riguarda i rapporti con gli istituti finanziari e la necessità di disporre continuamente di conti correnti attraverso i quali movimentare il denaro. Il 26 novembre 2025 Pelaggi ne parla con Tommaso Gentile (1980), indicato dagli investigatori come figura apicale del clan Arena di Isola Capo Rizzuto, ma non destinatario delle trenta misure cautelari di questa ordinanza. Nella conversazione Pelaggi cita esplicitamente Qonto, una piattaforma di servizi finanziari digitali che, a suo dire, avrebbe consentito di gestire movimentazioni molto elevate. «QONTO… questa è la migliore banca che può fare lavorare», sostiene, spiegando che su un conto tradizionale operazioni da centinaia di migliaia di euro avrebbero attirato immediatamente l’attenzione dei controlli. Secondo la sua stessa ricostruzione, l’organizzazione avrebbe imparato a sfruttare i tempi tecnici necessari per il blocco o la chiusura dei rapporti bancari, utilizzando i conti per movimentare somme ingenti prima di doverli sostituire. «Ogni QONTO fa 5 milioni», afferma Pelaggi. Gli investigatori descrivono una strategia basata sulla continua apertura e sostituzione di conti intestati alle società cartiere, con operazioni finanziarie che potevano raggiungere milioni di euro. Si tratta delle modalità illustrate dall’indagato e interpretate dagli inquirenti, non di una dimostrazione che gli istituti finanziari coinvolti fossero consapevoli della provenienza illecita delle somme.

Il denaro della droga e la rete finanziaria internazionale

Il sistema aveva anche una funzione determinante per i traffici di stupefacenti. Tra i soggetti indicati come fornitori di denaro contante figura Saverio Zoccoli (1984), anche lui destinatario della custodia cautelare in carcere, al quale gli investigatori attribuiscono operazioni per almeno 3,83 milioni di euro nell’ambito dei flussi ricostruiti. Il denaro riconducibile ai traffici di droga sarebbe stato utilizzato per alimentare le restituzioni in contanti agli evasori fiscali, mentre Zoccoli avrebbe beneficiato dei servizi finanziari clandestini per trasformare le disponibilità in criptovalute ed effettuare pagamenti all’estero. Secondo l’ordinanza, attraverso il circuito sarebbero stati effettuati anche trasferimenti destinati alla Colombia, in particolare a Barranquilla, per finanziare operazioni legate all’acquisto di cocaina. Ma la dimensione internazionale non si esauriva nel narcotraffico. Dalla Lombardia, attraverso i conti delle società cartiere e gli intermediari finanziari, le somme sarebbero transitate anche verso rapporti bancari esteri, in particolare in Lussemburgo, prima della conversione e del trasferimento sui portafogli digitali. Un sistema che, nella ricostruzione della Dda, avrebbe permesso di collegare interessi criminali differenti, garantendo servizi finanziari clandestini a una clientela distribuita su più territori. (g.curcio@corrierecal.it)

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