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IL PROFILO CRIMINALE

’Ndrangheta, il potere di Annibale Matalone. Oltre venticinque anni tra clan, violenze e «giustizia» privata

Dalle dichiarazioni del pentito Nicola Acri alle carte di «Ginestra». Il ruolo nella cosca rossanese, le spedizioni punitive, l’omicidio Morello e il presunto accordo elettorale per Stasi

Pubblicato il: 28/10/2026 – 17:31
di Giorgio Curcio
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CORIGLIANO ROSSANO «Tu hai fatto qualcosa?». È la prima cosa che Annibale Matalone vuole sapere da un allevatore che si sarebbe rivolto a lui dopo aver subito un furto. La domanda riguarda un’eventuale denuncia alle forze dell’ordine. La risposta è immediata: «Io l’ho detto solo a te… e non ho detto niente a nessuno». È il 25 aprile 2024 e, secondo gli investigatori, la conversazione racconta meglio di molte altre il potere che la criminalità organizzata avrebbe esercitato sul territorio rossanese: un uomo subisce un furto e, anziché rivolgersi ai carabinieri, cerca qualcuno capace di intervenire attraverso altri canali. Ma quel qualcuno è Annibale Matalone, nato a Scala Coeli il 10 settembre 1966, uno dei personaggi che attraversano più capitoli dell’inchiesta antimafia «Ginestra», coordinata dalla Dda di Catanzaro. Nei suoi confronti il gip Fabiana Giacchetti ha disposto la custodia cautelare in carcere per diverse contestazioni, tra le quali associazione mafiosa, scambio elettorale politico-mafioso, omicidio e reati in materia di armi. È accusato, in particolare, di aver partecipato all’uccisione di Carmine Morello nell’agosto 2023 e di essersi impegnato a procurare voti a Flavio Stasi in occasione delle amministrative del giugno 2024. Ma la sua storia giudiziaria e investigativa comincia molto prima.

Dagli uomini di Acri ai vertici della cosca rossanese

Per ricostruire il ruolo di Matalone bisogna tornare addirittura alla fine degli anni ’90, quando il gruppo criminale riconducibile a Nicola Acri consolida la propria influenza su Rossano, entrando in contrasto con altre componenti della criminalità locale. A indicare Matalone tra gli uomini dell’organizzazione è proprio Acri, diventato collaboratore di giustizia nel 2021. Nell’interrogatorio del 28 maggio di quell’anno, l’ex boss ripercorre i contrasti con il gruppo di Antonio Manzi, detto «Tom Tom», e cita Matalone tra i soggetti che considerava maggiormente operativi. Il collaboratore racconta anche la situazione successiva al suo arresto, avvenuto nell’autunno del 2002. Secondo la sua ricostruzione, tra gli uomini rimasti liberi figuravano proprio Matalone, Salvatore Galluzzi, Carmine Morello e Giuseppe Ferrante, insieme a Luciano Converso, considerato un uomo di fiducia. È un elemento significativo perché, come riporta il gip nell’ordinanza «restituisce la continuità del ruolo attribuito a Matalone nell’organizzazione». Ma non si tratta soltanto delle dichiarazioni di un pentito perché nella relazione annuale relativa al periodo 1° luglio 2015-30 giugno 2016, la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, affrontando la situazione criminale di Rossano, indicava già Matalone tra i «personaggi di rilievo dell’organizzazione», insieme a Francesco De Vincenti e Massimo Esposito.

«Gli ho tirato oltre quaranta o cinquanta pugni»

Tra gli elementi utilizzati dagli investigatori per ricostruire la posizione di Matalone c’è un lungo pranzo del 20 maggio 2024, durante il quale l’uomo conversa con Francesco De Vincenti e altri conoscenti. Il discorso torna agli scontri di molti anni prima con gli uomini del gruppo Manzi. È in questa occasione che Matalone, secondo le trascrizioni, racconta in prima persona alcuni episodi di violenza. Parla delle aggressioni a Visciglia Alessandro, soprannominato «Coccolino», e ad Alessandro Manzi, detto «mano mozza». Ricorda i colpi inferti durante una colluttazione e si sofferma sui particolari delle ferite provocate. «Gli ho tirato oltre quaranta o cinquanta pugni», racconta, descrivendo una delle aggressioni. Poi riferisce di aver colpito la vittima anche quando era già caduta a terra. A quel punto, nel racconto dello stesso Matalone, qualcuno sarebbe intervenuto per fermarlo, apostrofandolo con una frase: «Annibale sei proprio un animale». Le dichiarazioni, secondo il gip, assumono particolare rilevanza perché «riscontrerebbero quanto già riferito da Acri sulle violenze utilizzate per affermare il predominio del proprio gruppo» e non sono soltanto ricordi di un passato lontano perché «Matalone avrebbe mantenuto nel tempo all’interno dell’organizzazione».

Quando la gente si rivolgeva a lui anziché ai carabinieri

In questo scenario ricostruito dagli inquirenti, la vicenda dell’allevatore di Crosia è una delle più indicative. Nell’aprile 2024 l’uomo avrebbe subìto il furto di alcuni animali e così il figlio Vincenzo cerca Matalone con insistenza, chiedendogli di intervenire per ritrovare quanto sottratto al padre. Il 25 aprile Matalone raggiunge l’azienda agricola e incontra l’uomo. Ma, prima di attivarsi, gli avrebbe chiesto se avesse denunciato l’accaduto alle forze dell’ordine e, ricevuta risposta negativa, si sarebbe subito messo alla ricerca dei possibili responsabili. Nei giorni successivi, secondo le intercettazioni, Matalone si sposta tra Crosia, Cropalati e l’area montana, insieme ad alcuni conoscenti. Vengono visionati i filmati delle telecamere di un distributore di carburanti per ricostruire il percorso di un camion sospettato di essere stato utilizzato per il furto. A un certo punto, un interlocutore osserva che, di solito, quando succedono fatti gravi, intervengono i carabinieri. La risposta attribuita a Matalone è significativa: «No qua no… no no, noi non vogliamo». Nel corso del pranzo del 20 maggio, Matalone torna sulla vicenda e prospetta anche una spedizione punitiva contro il presunto autore del furto. Per il gip questi episodi «rappresentano un’espressione del controllo esercitato dalla cosca, capace di proporsi come un’autorità alternativa a quella dello Stato», e l’espressione «del potere di chi pretende di risolvere controversie, individuare responsabili e imporre sanzioni, sottraendo i conflitti all’intervento delle istituzioni».

Le controversie private e i rapporti con gli altri affiliati

Il peso attribuito a Matalone emerge anche da una controversia ereditaria che aveva coinvolto Vincenzo Curia (cl. ’76) finito ai domiciliari e alcuni familiari legata ad un terreno agricolo, interessando anche esponenti delle cosche di Rossano e Cariati. Secondo quanto emerso dalle indagini Matalone avrebbe preso posizione a favore dell’uomo «ritenuto persona vicina all’organizzazione», e contesta a Francesco Sommario (cl. ’75) finito in carcere di essersi intromesso nella vicenda favorendo la parte avversa. Nelle conversazioni intercettate, Matalone rivendica il proprio intervento e mette in discussione le decisioni assunte dagli altri componenti del gruppo. «Tu mi devi dire a te chi ti ha autorizzato e chi te lo ha detto», afferma nel racconto della controversia. Il giudice considera questi dialoghi indicativi della sua autorevolezza all’interno della cosca, pur contestandogli formalmente la partecipazione all’associazione con compiti esecutivi. Nella ricostruzione dell’ordinanza, il vertice del locale rossanese è individuato in Salvatore Galluzzi. Matalone appare però come una figura inserita da lungo tempo nelle dinamiche dell’organizzazione e capace di intervenire nei rapporti tra gli affiliati.

Il giovane latitante arrivato da Napoli

Un altro episodio risale all’agosto 2021 e riguarda Giuseppe Bevilacqua, giovane napoletano ricercato dopo essersi sottratto a un provvedimento cautelare. Il ragazzo arriva a Rossano in treno il 20 agosto. Secondo gli investigatori, «Matalone si occupa di accoglierlo e di procurargli una sistemazione temporanea, cercando anche una stanza dove farlo alloggiare». Nei giorni successivi lo assiste negli spostamenti, negli acquisti e nella preparazione della partenza, anche attraverso la collaborazione di Antonio Pedace. Il 22 agosto Bevilacqua viene individuato dai carabinieri mentre si trova seduto a un tavolo di un locale del centro storico di Rossano, proprio in compagnia di Matalone e di altre due persone. Il giovane fornisce false generalità, ma viene identificato e arrestato. Secondo il gip, l’attività di assistenza documentata dalle intercettazioni integra gravi indizi del reato di favoreggiamento personale. Il giudice ha infatti riqualificato l’originaria contestazione di procurata inosservanza della pena, escludendo anche l’aggravante mafiosa. Un particolare non secondario: nelle carte vengono ricostruiti gli antichi rapporti tra il padre di Bevilacqua, Pasquale, ucciso nel 2007, e alcuni esponenti della cosca rossanese coinvolti nel traffico di stupefacenti.

Il delitto Morello e l’ombra del tradimento

La contestazione più grave nei confronti di Matalone è quella relativa all’omicidio di Carmine Morello, ucciso il 9 agosto 2023 e ritrovato senza vita il 2 settembre successivo nelle campagne di contrada Strange. Secondo l’accusa, Matalone avrebbe partecipato al delitto insieme a Umberto Graziano, deceduto nell’agosto 2024. Le indagini ricostruiscono un agguato che il gip ritiene premeditato. Le intercettazioni documentano il prelievo di una pistola il primo agosto 2023, i movimenti dei due uomini nei giorni precedenti e gli spostamenti di una Volkswagen Golf nella mattina dell’omicidio. Il giudice attribuisce particolare rilevanza anche al movente. Morello, dopo la morte della moglie, aveva manifestato ai familiari l’intenzione di allontanarsi dall’organizzazione criminale per occuparsi delle tre figlie, due delle quali con disabilità. Per il gip sarebbe stato eliminato perché i suoi compagni temevano che quel distacco potesse trasformarsi in una collaborazione con la giustizia. L’ordinanza riconosce la gravità indiziaria a carico di Matalone per l’omicidio, ritenendo sussistenti le aggravanti della premeditazione e della finalità mafiosa. Non viene invece riconosciuta quella dei motivi abietti o futili.

Un nome che attraversa venticinque anni di ’ndrangheta

Dalle dichiarazioni di Nicola Acri sulle violenze tra gruppi rivali alle controversie risolte attraverso il potere criminale, fino all’omicidio Morello e ai presunti rapporti con la politica, Annibale Matalone è uno dei nomi che attraversano la storia recente della cosca rossanese. Le carte dell’inchiesta «Ginestra» non lo descrivono soltanto attraverso i singoli episodi contestati, ma ricostruiscono una presenza che, secondo gli investigatori, avrebbe attraversato differenti stagioni e assetti della criminalità organizzata. Il suo ruolo formale all’interno dell’associazione, le condotte che gli vengono attribuite e le responsabilità per i delitti contestati dovranno essere accertati nelle sedi giudiziarie competenti. Resta la continuità di un nome che compare nelle dichiarazioni degli ex boss, nelle relazioni antimafia e, oggi, nelle pagine di una nuova ordinanza cautelare. Una figura che gli investigatori ritengono centrale per comprendere come la ’ndrangheta abbia esercitato il proprio potere a Rossano, ben oltre i confini delle attività strettamente criminali. (g.curcio@corrierecal.it)

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