Catanzaro, le parole di Inzaghi e il calcio delle idee che travolge quello dei milioni
Le dichiarazioni del tecnico sono diventate benzina emotiva per i giallorossi. Un successo che ha ricordato che le grandi holding possono essere sconfitte da progetti costruiti con pazienza e identità

CATANZARO Il Ceravolo ieri sera non ha semplicemente assistito a una vittoria. Ha visto un manifesto. Un atto di forza, di identità e di maturità calcistica. Il 3-0 con cui il Catanzaro ha travolto il Palermo nella semifinale playoff racconta molto più di un risultato: racconta la distanza emotiva, tecnica e mentale che si è vista tra due squadre arrivate allo stesso appuntamento con stati d’animo completamente diversi.
Probabilmente il Catanzaro avrebbe disputato ugualmente una grande partita. La squadra di Aquilani – ormai pienamente consapevole dei propri mezzi – aveva già mostrato negli ultimi mesi una crescita continua, fatta di equilibrio, intensità e qualità. Eppure nel calcio le parole pesano, scavano, restano sospese nello spogliatoio come promemoria silenziosi. Quelle pronunciate alla vigilia da Pippo Inzaghi hanno inevitabilmente acceso qualcosa nei giallorossi. Quando il tecnico rosanero ha sottolineato come il Palermo avesse chiuso il campionato con tredici punti in più rispetto al Catanzaro dimostrando di essere più forte, il messaggio è stato percepito quasi come una gerarchia già scritta. Il campo, invece, ha ribaltato brutalmente quella narrazione.
A fine partita è stato lo stesso Inzaghi a raccontare l’episodio di Pietro Iemmello, avvicinatosi durante la gara per ricordargli proprio quelle dichiarazioni. Un gesto che spiega perfettamente cosa rappresenti oggi il capitano per questa squadra: non soltanto il bomber, non soltanto il leader tecnico, ma l’anima emotiva di una città che lui sente cucita addosso come una seconda pelle.


Ed è stato proprio Iemmello a dominare la scena. Due gol, un assist illuminante per Liberali (talento di cui il calcio italiano ha bisogno come il pane) e una prestazione totale, fatta di sacrificio, qualità e ferocia agonistica. Nei playoff spesso servono uomini simbolo: il Catanzaro ha il privilegio di averne uno capace di trasformare ogni pallone importante in energia collettiva. La sua partita è stata la sintesi perfetta dello spirito giallorosso: rabbioso, elegante, tremendamente concreto.
Ma ridurre tutto al talento del capitano sarebbe ingeneroso verso una squadra che ha vinto in ogni zona del campo. A centrocampo Petriccione ha diretto il traffico con autorità assoluta, accompagnato dalla corsa e dall’intelligenza tattica di Pontisso e Favasuli. Dietro, la difesa ha cancellato dal match Pohjanpalo, capocannoniere del torneo con 24 reti, rendendolo innocuo. E davanti a Pigliacelli non è praticamente mai arrivato un vero pericolo. Il Palermo, costruito per salire in Serie A, è apparso improvvisamente fragile, lento mentalmente, quasi sorpreso dall’intensità del Catanzaro.
Eppure qualche segnale esisteva già. Anche nella sconfitta del Barbera, poche settimane fa, i giallorossi — privi di Iemmello, Brighenti e Liberali — avevano dato la sensazione di non essere inferiori ai rosanero. Anzi, in alcuni tratti sembravano persino più brillanti atleticamente. Quel campanello d’allarme non è stato ascoltato. Al Ceravolo il Palermo è sembrato entrare in campo con un’eccessiva sicurezza, mentre il Catanzaro ha giocato con la fame di chi sente di poter davvero cambiare la propria storia.
Lo stadio, poi, ha fatto il resto. Non soltanto cornice, ma forza viva della partita. Una spinta continua, quasi fisica, capace di trascinare la squadra nei momenti di pressione e di amplificare ogni giocata.

Adesso servirà difendere questa impresa in un Barbera che sarà infuocato e stracolmo di tifosi siciliani pronti a credere nella rimonta. Perché il calcio insegna che nulla è impossibile, soprattutto nei playoff.
Ma c’è una differenza sostanziale rispetto agli ultimi tentativi del Catanzaro: questa squadra sembra arrivata all’appuntamento decisivo con una maturità nuova. Più consapevole, più fresca mentalmente, più pronta a gestire emozioni e pressione. Non c’è più soltanto entusiasmo: c’è struttura.
L’immagine di Floriano Noto con la sciarpa giallorossa al collo racconta perfettamente il senso profondo di questo momento. Dietro questa cavalcata non c’è un exploit improvviso e improvvisato, ma, come evidenziato dallo stesso presidente al Corriere della Calabria, un progetto costruito anno dopo anno con sostenibilità, idee e visione. E assume ancora più valore se si guarda dall’altra parte del campo: il Palermo appartiene infatti al City Football Group, la holding dello sceicco Mansur bin Zayd Al Nahyan che controlla colossi come Manchester City e New York City. Una potenza economica globale travolta, almeno per una notte, da una realtà calabrese cresciuta attraverso programmazione e appartenenza.
È forse questa la lezione più bella lasciata dal Ceravolo. In un calcio sempre più dominato da fondi, budget e proprietà internazionali, il Catanzaro ha ricordato (anche alle altre realtà calabresi in costante difficoltà) che esistono ancora spazio per identità, idee e passione. E che quando una squadra riesce a trasformare tutto questo in convinzione collettiva, nessun sogno può davvero essere considerato proibito. (redazione@corrierecal.it)
Foto us Catanzaro e Palermo Fc
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