’Ndrangheta, i 20 anni al «capo assoluto» Rocco Anello: il controllo del territorio con il solo potere del nome
Il «chiaro messaggio implicito di minaccia» al pastore, le imprese imposte nei cantieri e l’autorità riconosciuta al vertice della cosca Anello-Fruci
LAMEZIA TERME Bastava il nome. «E io sono Rocco Anello». Una presentazione che, secondo i giudici, non serviva soltanto a dire al proprio interlocutore chi avesse davanti, ma a fargli comprendere con chi avesse a che fare. E soprattutto a convincerlo a non chiamare i carabinieri. È uno degli episodi attraverso i quali la Corte d’Appello di Catanzaro ricostruisce il potere attribuito a Rocco Anello, indicato nelle motivazioni della sentenza del processo abbreviato “Imponimento” come il «capo assoluto» dell’omonima cosca di Filadelfia. Per il 65enne è stata confermata la condanna a 20 anni di reclusione, la pena più alta tra quelle inflitte nel procedimento. Una condanna rimasta invariata anche se i giudici di secondo grado lo hanno assolto da una parte delle contestazioni. Restano però in piedi, per la Corte, l’impianto associativo, il ruolo di vertice e una lunga serie di reati-fine attraverso i quali il gruppo avrebbe esercitato il proprio controllo sulle attività economiche e sul territorio.
«Voi lo sapete chi sono i cristiani?»
La scena ormai divenuta quasi simbolica negli ultimi anni risale al 10 aprile 2017. Rocco Anello, insieme a Daniele Prestanicola e a un’altra persona, raggiunge un terreno utilizzato da Pietro Cannella per il pascolo degli animali. Il pastore si era opposto allo sversamento di materiali di risulta e aveva manifestato l’intenzione di rivolgersi alle forze dell’ordine. Anello gli spiega che il conferimento sarebbe stato autorizzato dal proprietario del fondo. Poi gli contesta la minaccia di chiamare i carabinieri: «Voi lo sapete chi sono i cristiani prima di parlare?». Quando Cannella gli chiede di presentarsi, arriva la risposta: «E io sono Rocco Anello». E subito dopo l’avvertimento: «Prima vi informate chi sono i cristiani e dopo dite che andate a denunciare». Per la difesa si sarebbe trattato di una conversazione priva di un’effettiva carica intimidatoria. Anello avrebbe semplicemente spiegato che il pastore non era il proprietario del terreno e non aveva titolo per impedire lo sversamento. La Corte, invece, la pensa in maniere opposta. Già perché la sola pronuncia del nome, accompagnata dall’invito a informarsi sull’identità dei propri interlocutori, viene definita un «chiaro messaggio implicito di minaccia». Un messaggio che avrebbe prodotto immediatamente il risultato sperato: Cannella abbandona l’intenzione di denunciare e domanda ad Anello perché non fosse intervenuto quando gli erano stati rubati alcuni animali. Una richiesta che, per i giudici, equivaleva al riconoscimento di una «autorità mafiosa» alla quale rivolgersi per ottenere protezione e ristabilire l’ordine. La condotta è stata pertanto ritenuta aggravata dal metodo mafioso, perché fondata sull’evocazione del potere della cosca.
Il «capo assoluto» della cosca
Il quadro delineato nelle motivazioni assegna a Rocco Anello la posizione più elevata nella gerarchia criminale. Il collaboratore di giustizia Francesco Michienzi ha descritto una struttura diretta dai fratelli Rocco e Tommaso Anello e dai fratelli Giuseppe e Vincenzino Fruci. L’ordine interno, però, non sarebbe stato paritario. Rocco Anello viene collocato al vertice come «capo assoluto». Durante i suoi periodi di assenza o detenzione, la reggenza sarebbe passata al fratello Tommaso e, successivamente, ai Fruci. Tra i nuclei familiari sarebbe esistito un patto di reciproca assistenza e spartizione degli introiti. La cosca, secondo la ricostruzione accolta dalla Corte, avrebbe mantenuto nel tempo una capacità di intervento sulle estorsioni, sui danneggiamenti, sui lavori edili, sui movimenti terra, sui tagli boschivi e sulle attività legate ai villaggi turistici. Il territorio di influenza non si sarebbe fermato a Filadelfia, ma avrebbe raggiunto diversi centri del Vibonese e del Lametino. Una posizione riconosciuta anche all’esterno del gruppo e nei rapporti con altre famiglie di ’ndrangheta.
«Qua ci sono io»
Un altro passaggio significativo è contenuto nelle dichiarazioni del collaboratore Emanuele Mancuso. Quest’ultimo racconta di essersi rivolto ad Anello dopo un contrasto con un gommista di Capistrano, accusato di avere sottratto una piantagione di marijuana. Anello avrebbe preso le difese dell’uomo e intimato ai suoi interlocutori di lasciarlo stare. Nessuna opposizione, invece, all’eventuale coltivazione di altre piantagioni. Ma con una condizione ricordata dal collaboratore attraverso una frase ripetuta per due volte: «Vedi che qua ci sono io». Il racconto viene utilizzato per descrivere una forma di competenza criminale riconosciuta sul territorio: l’autorità alla quale sottoporre controversie, iniziative illecite e questioni economiche prima di prendere qualsiasi decisione. La Corte richiama anche gli interessi nel settore boschivo. Secondo Michienzi, sarebbe stato Rocco Anello a decidere quali imprese potessero occuparsi dei tagli nel territorio sottoposto all’influenza della cosca. Un sistema che avrebbe consentito di sostenere gli imprenditori considerati vicini e di estromettere quelli non graditi.
L’imposizione delle imprese nei cantieri
Il controllo si sarebbe esteso ai cantieri e agli appalti privati. Nella vicenda della realizzazione di un punto vendita Eurospin a Pizzo, i giudici attribuiscono ad Anello il ruolo di «dominus» delle operazioni. Attraverso un proprio referente, avrebbe imposto per i lavori di movimento terra l’impresa intestata al figlio Francescantonio e favorito altre aziende per la fornitura di calcestruzzo, le trivellazioni e la carpenteria. Una volta entrato nel cantiere, sarebbe diventato il principale interlocutore nella scelta delle ditte e nella gestione dei lavori. La Corte ha confermato la responsabilità per l’estorsione, ritenendo compromessa la libertà negoziale dell’impresa. Ha invece assolto Anello dalla distinta contestazione di illecita concorrenza con minaccia o violenza, così come da numerosi altri capi. In particolare, sono cadute le accuse relative ad alcuni episodi di imposizione imprenditoriale, minaccia, turbativa, intestazione fittizia e alle due contestazioni in materia di stupefacenti. È stata confermata anche l’assoluzione dall’accusa di partecipazione all’associazione finalizzata al narcotraffico: per i giudici, il ruolo di capo della cosca non consentiva di attribuirgli automaticamente gli affari di droga curati da altri esponenti del gruppo.
Perché la pena è rimasta a 20 anni
Nonostante le assoluzioni, la pena finale non è cambiata. La Corte ha individuato per la partecipazione qualificata all’associazione mafiosa armata una pena base di 21 anni. L’aumento previsto per il finanziamento delle attività economiche attraverso i proventi criminali ha portato il calcolo a 28 anni, mentre la recidiva reiterata specifica lo ha innalzato a 37 anni e quattro mesi. A questa pena avrebbero dovuto aggiungersi gli aumenti per i singoli reati rimasti in piedi: estorsioni, concorrenza illecita, reati ambientali, intestazioni fittizie, corruzione e l’episodio del pastore. Il risultato, tuttavia, è stato contenuto nel limite massimo di 30 anni previsto dalla legge. La riduzione di un terzo dovuta alla scelta del rito abbreviato ha così riportato la pena finale a 20 anni, la stessa già inflitta dal gup. I giudici hanno escluso anche la possibilità di concedere le attenuanti generiche. A pesare sono stati la «biografia penale», i precedenti e l’importanza del contributo attribuito ad Anello nel garantire il controllo del territorio e il funzionamento dell’associazione. Confermate, infine, la libertà vigilata per tre anni, le pene accessorie e le confische. Secondo la Corte, gli accertamenti patrimoniali hanno evidenziato una sproporzione tra le entrate dichiarate e gli investimenti effettuati, anche senza considerare le spese necessarie al sostentamento della famiglia. Per i giudici, i beni immobili e le partecipazioni societarie sottoposti a confisca sarebbero stati acquisiti, anche attraverso terzi, durante il periodo di direzione della cosca. (g.curcio@corrierecal.it)
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