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LA STORIA DEL MAXI CARICO

’Ndrangheta, il mistero delle 5 tonnellate di cocaina. Dopo l’uomo dei Bellocco, un nuovo retroscena. «Tu la sai e io la pagai!»

Emersa una nuova intercettazione sul maxi-sequestro del 2023. Le parole di Saverio Zoccoli si incrociano con quelle di Antonino Apa dall’inchiesta della Dda di Catania

Pubblicato il: 22/10/2026 – 17:04
di Giorgio Curcio
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LAMEZIA TERME «Tu la sai e io la pagai!». Bastano poche parole, pronunciate durante una conversazione intercettata negli uffici della presunta «banca occulta» della criminalità organizzata, per riportare alla luce una delle più grandi operazioni antidroga mai realizzate in Italia. E per aggiungere un nuovo, significativo tassello a una vicenda che il Corriere della Calabria aveva già ricostruito lo scorso giugno, partendo dalle dichiarazioni di un uomo ritenuto vicino alla cosca Bellocco di Rosarno. Al centro ci sono sempre le oltre cinque tonnellate di cocaina sequestrate nel luglio 2023 al largo della Sicilia, la nave «Plutus» e il peschereccio «Ferdinando D’Aragona», partito da Bagnara Calabra. Questa volta, però, a parlare è Saverio Zoccoli (1984), originario di Reggio Calabria e residente a Bianco, destinatario della custodia cautelare in carcere nell’inchiesta della Dda di Milano sul sistema di riciclaggio internazionale che, secondo l’accusa, avrebbe messo in collegamento evasori fiscali e trafficanti di stupefacenti. Zoccoli, indicato dagli investigatori come uno dei principali fornitori di contante della struttura finanziaria clandestina, torna su quel clamoroso sequestro e sostiene di averne pagato personalmente le conseguenze. Non è la prima volta che nelle carte giudiziarie emerge qualcuno che racconta di avere subito una perdita economica collegata a quel carico. Nel giugno scorso, infatti, il Corriere della Calabria aveva pubblicato un’intercettazione contenuta nell’inchiesta della Dda di Catania, nella quale Antonino Apa (1976), residente a Rosarno e ritenuto dagli inquirenti appartenente alla ’ndrina Bellocco, parlava di circa tremila chili di cocaina persi dopo il blocco del motopeschereccio calabrese. Due conversazioni, raccolte a distanza di quasi due anni e nell’ambito di indagini differenti, che conducono al medesimo episodio. E che aprono nuovi interrogativi sugli interessi economici e criminali che ruotavano attorno a quella spedizione.



«Hai letto l’articolo sulle cinque tonnellate?»

La nuova conversazione è del 24 settembre 2025. Zoccoli parla con Giovanni Fiore (cl. ’78) e Paolo Pelaggi (cl’ 74), entrambi destinatari della custodia cautelare in carcere nell’operazione milanese. L’argomento è un articolo giornalistico apparso il giorno precedente, relativo all’assoluzione di alcuni marinai coinvolti nel maxi-sequestro del luglio 2023. «Ma tu l’hai visto l’articolo che è uscito Giova’… Gio’, l’hai letto l’articolo che è uscito delle 5 tonnellate che hanno sequestrato l’altra volta… nel 2023», domanda Zoccoli a Fiore. Quest’ultimo dimostra di conoscere già la notizia. Zoccoli, però, insiste e ricostruisce il contenuto dell’articolo: alcuni componenti dell’equipaggio sarebbero stati assolti perché costretti a partecipare al trasporto della droga sotto minaccia, anche nei confronti delle rispettive famiglie. «Li hanno assolti perché… dice che li avevano presi con… in malomodo, questi marinai. Gli avevano minacciato le famiglie», sostiene Zoccoli, riferendosi alle motivazioni del verdetto. Poi ricorda il quantitativo esatto: «5 tonnellate e 300 chili di cocaina». Fiore ribatte che si tratta di una vicenda vecchia, risalente al 2023. «Eh… la so questa storia… quella dell’aereo», commenta. È a questo punto che Zoccoli pronuncia la frase più significativa dell’intera conversazione: «Eh bravo! Tu la sai e io la pagai!». Fiore ripete il riferimento all’aereo. Zoccoli, ridendo, ribadisce ancora: «Tu la sai e io la pagai!». Per gli investigatori milanesi, quelle parole costituiscono un elemento indicativo del coinvolgimento di Zoccoli nei traffici di ingenti quantitativi di cocaina. Perché, secondo l’accusa, l’indagato, in sostanza, non si «limita a dimostrare di conoscere la vicenda, ma lascia intendere di averne subito direttamente le conseguenze economiche».

L’uomo dei Bellocco e i tremila chili: quello che avevamo già raccontato

È qui che la nuova intercettazione si incrocia con quanto emerso nell’inchiesta della Dda di Catania, già approfondita dal Corriere della Calabria. L’11 giugno scorso avevamo ricostruito una conversazione del 26 settembre 2023, appena due mesi dopo il maxi-sequestro. A parlare, all’interno di un capannone di Palagonia, era Antonino Apa, 49 anni all’epoca della pubblicazione, indicato dagli investigatori come uno stabile fornitore di cocaina per un’organizzazione attiva tra Calabria e Sicilia. Apa, destinatario nel maggio 2026 della custodia cautelare in carcere nell’operazione coordinata dalla Dda etnea, era considerato un referente per i collegamenti con la Piana di Gioia Tauro e un soggetto appartenente alla ’ndrina Bellocco, oltre che imparentato con esponenti della cosca Pesce. Nel corso dell’incontro con i Brancato, con i quali avrebbe discusso di nuove forniture di droga, il presunto narcotrafficante calabrese aveva richiamato proprio la perdita del carico sequestrato dalla Guardia di finanza. «Non ci hanno preso sulla nave… quando è andato il peschereccio alla nave… ne ho presi tremila io», aveva raccontato. Una dichiarazione che, secondo gli investigatori catanesi, faceva riferimento a una perdita di circa 3mila chili di cocaina subita dal gruppo al quale Apa sarebbe stato legato. La reazione dell’interlocutore siciliano era stata immediata: «Minchia tremila chili… mamma mia… minchia di soldi». Nella stessa conversazione Apa aveva ricostruito alcuni momenti della navigazione e attribuito un ruolo decisivo allo spegnimento del sistema di localizzazione del peschereccio. «Questo è partito… peschereccio… è partito il giorno due da Bagnara… arrivato ad un certo punto… ha staccato il gps», aveva sostenuto. E l’interlocutore aveva osservato che sarebbe stato preferibile continuare a navigare come se l’imbarcazione fosse impegnata in una normale battuta di pesca. Anche allora il racconto offriva una prospettiva differente rispetto a quella dell’operazione di polizia: non soltanto il sequestro, ma il punto di vista di chi sosteneva di aver perso una parte dell’ingente quantitativo di stupefacente. Oggi, dalle carte di Milano, emerge una seconda voce che rivendica di aver pagato le conseguenze di quella stessa operazione.

La «Plutus», il peschereccio di Bagnara e il sequestro record

Per comprendere il peso di queste dichiarazioni bisogna tornare al luglio 2023. La nave «Plutus», battente bandiera di Palau e proveniente dalla Repubblica Dominicana, era stata individuata dalla Guardia di finanza nel Mediterraneo. Secondo la ricostruzione investigativa, durante la notte tra il 18 e il 19 luglio avrebbe scaricato in mare un ingente quantitativo di cocaina, successivamente recuperato dal motopeschereccio «Ferdinando D’Aragona», partito dalla Calabria. L’operazione dei finanzieri aveva consentito di intercettare il peschereccio al largo delle coste siciliane e di recuperare 5.340 chilogrammi di cocaina, per un valore di mercato stimato all’epoca in oltre 850 milioni di euro. Il caso era diventato uno dei sequestri di stupefacenti più importanti nella storia italiana. Le indagini avevano ricostruito anche la disattivazione del sistema di localizzazione AIS del motopeschereccio, particolare che sarebbe poi riemerso nelle parole di Apa. Il procedimento giudiziario ha avuto sviluppi diversi per i componenti degli equipaggi. Nel dicembre 2024, con rito abbreviato, erano stati condannati a 16 anni di reclusione il comandante della «Plutus», Viktor Dyachenko, e quello del «Ferdinando D’Aragona», Vincenzo Catalano. Le condanne sono state successivamente confermate in Appello nel novembre 2025. In un distinto filone processuale, alcuni marinai della «Plutus» sono stati invece assolti in primo grado, essendo stato riconosciuto lo stato di necessità determinato dalle minacce subite. Proprio quella decisione, successivamente impugnata dalla Procura, era stata al centro dell’articolo commentato da Zoccoli durante la conversazione intercettata.

Zoccoli, gli affari della droga e la «banca occulta»

Nella nuova ordinanza milanese la figura di Saverio Zoccoli occupa un ruolo centrale nella ricostruzione dei flussi di denaro provenienti dal narcotraffico. Conosciuto anche con gli appellativi di «Zio» e «Jet», l’indagato viene descritto come un soggetto capace di fornire consistenti quantitativi di denaro contante alla struttura finanziaria clandestina organizzata negli uffici della GE.MA. Multiservizi di Pero. Secondo l’accusa, Zoccoli avrebbe alimentato il circuito con somme per almeno 3,83 milioni di euro, beneficiando in cambio della possibilità di trasformare il contante in criptovalute e di effettuare pagamenti internazionali, anche per l’approvvigionamento di sostanze stupefacenti. Gli investigatori hanno ricostruito operazioni dirette verso l’estero e trasferimenti di criptovalute destinati alla Colombia, in particolare alla città di Barranquilla. Un sistema nel quale, secondo la Dda, i profitti dei traffici di droga potevano entrare in contatto con il circuito dell’evasione fiscale, attraverso il meccanismo delle false fatturazioni, delle restituzioni in contanti e delle conversioni in strumenti finanziari digitali. Ma nell’ordinanza milanese emerge anche un altro elemento. Il gip richiama infatti due precedenti procedimenti per narcotraffico nei quali Zoccoli risulta coinvolto: uno della Procura di Catania e un altro della Dda di Palermo. Sono elementi che descrivono la dimensione degli interessi investigativi concentrati sulla figura del presunto trafficante. Non consentono però, da soli, di attribuirgli un ruolo già giudiziariamente accertato nell’organizzazione del carico della «Plutus».



Due racconti, un solo sequestro e gli interrogativi ancora aperti

Il punto di contatto tra le due inchieste è dunque preciso: la stessa operazione antidroga del luglio 2023 ritorna nelle conversazioni di due uomini che, in momenti diversi, raccontano di averne subito una perdita. Nel settembre 2023 Antonino Apa parla, secondo la ricostruzione della Dda di Catania, di circa tremila chili riferibili al proprio gruppo e ricorda le circostanze del sequestro del «Ferdinando D’Aragona». Nel settembre 2025 Saverio Zoccoli, intercettato nell’ambito dell’indagine della Dda di Milano, commenta la vicenda della «Plutus» e lascia intendere di averne pagato personalmente le conseguenze. I due racconti non sono sovrapponibili automaticamente. Le carte esaminate non documentano un rapporto diretto tra Apa e Zoccoli, né consentono di stabilire se si riferissero alla medesima quota del carico o a interessi differenti nella stessa spedizione. E soprattutto non permettono di quantificare l’eventuale perdita economica sostenuta da Zoccoli. Rimane però un elemento di indubbio interesse investigativo e giornalistico. Quel maxi-sequestro da oltre cinque tonnellate, che nel luglio 2023 sembrava raccontare soprattutto una gigantesca operazione marittima contro il narcotraffico, continua a riaffiorare in procedimenti giudiziari differenti, dalle indagini sulla distribuzione di cocaina tra Calabria e Sicilia a quelle sul riciclaggio internazionale condotte a Milano. E ogni volta aggiunge un particolare: il racconto dei tremila chili persi, l’errore attribuito allo spegnimento del sistema di localizzazione, fino alla frase pronunciata due anni più tardi da un uomo che gli investigatori considerano uno dei principali fornitori di denaro della «banca occulta». (g.curcio@corrierecal.it)

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