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‘Ndrangheta nelle Preserre, l’ipotesi del clan: una «regia occulta» dei Mancuso dietro blitz e arresti

Nella «Casa di Gerocarne», punto di ritrovo, gli inquirenti avrebbero intercettato più dialoghi: dagli insulti ai pentiti al complottismo della ‘ndrina

Pubblicato il: 03/05/2026 – 7:00
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‘Ndrangheta nelle Preserre, l’ipotesi del clan: una «regia occulta» dei Mancuso dietro blitz e arresti

VIBO VALENTIA Sarebbero anche arrivati ad avanzare una “stravagante” ipotesi gli uomini ritenuti appartenenti al clan Emanuele Idà: la “mano” del clan Mancuso di Limbadi dietro diversi arresti compiuti negli anni dall’antimafia. È quanto emerge in uno dei tanti dialoghi intercettati dagli investigatori e confluito nell’inchiesta Jerakarni contro i clan del locale di Ariola e delle Preserre vibonesi: 54 in tutto le misure cautelari emesse, al termine di oltre 4 anni di indagini coordinate dalla Dda di Catanzaro e condotte dalla Polizia di Stato. Gli inquirenti tra le migliaia di pagine dell’inchiesta riportano diversi dialoghi avvenuti all’interno della “Casa di Gerocarne”, un punto di ritrovo utilizzato dal clan per gestire gli affari illeciti e discutere delle dinamiche criminali della provincia vibonese. Ma anche di come evitare controlli e arresti delle forze dell’ordine, la «legge» ben monitorata dalla cosca.

La latitanza dei Maiolo

È in questo contesto che vengono intercettati, in un dialogo, Marco e Michele Idà insieme ad Antonio Campisi e Filippo Mazzotta, tutti ritenuti appartenenti alla cosca Emanuela-Idà. Il discorso prende spunto dalla latitanza dei Maiolo e dalla loro capacità di nascondersi, anche in situazioni complicate, addirittura di muoversi a piedi nei boschi o di stare per diverso tempo «in un bunker fatto di tavole, scavato nella terra in mezzo alla montagna». Addirittura, in un caso specifico, raccontano che «gli era stata trovata una clinica in cui veniva sottoposto ad intervento chirurgico ad una fistola, sebbene fosse latitante». Il dialogo poi si sposta su un’altra figura chiave, quella di Antonio Forastefano, ex boss divenuto collaboratore di giustizia che – secondo loro – sarebbe stato determinante nella condanna all’ergastolo di Bruno Emanuele. Secondo Campisi, per quanto riguarda Forastefano ci sarebbe stato «l’intervento di “forze estreme” per indurlo al pentimento».

La «regia» dei Mancuso

Proprio la condanna di Bruno Emanuele sarebbe stata “strana” secondo i partecipanti al dialogo:  «Non me lo caccia nessuno dalla testa… per me ci sono state forze più grosse contro di lui… ci sono state forse più grosse di questi di qua sotto…» avrebbe detto Mazzotta. Il riferimento del “là sotto” – spiegano gli inquirenti – è al «comprensorio di Limbadi-Nicotera, luogo ove risiede storicamente la famiglia Mancuso». A riprova di ciò, avrebbero ipotizzato anche eventuali “permessi” che sarebbero stati dati ai vertici del clan rinchiusi al 41bis. Campisi avrebbe insistito sul tema, ricordando come suoi parenti finiti in carcere «erano stati “bruciati” da ‘‘loro”». Una sorta di «regia occulta dei Mancuso» sulla quale avrebbero concordato gli interlocutori: in particolare, secondo Idà anche l’operazione Ghost sarebbe stata fatta da «là sotto», così come l’operazione Declino, basata sulle dichiarazioni di un pentito dietro il quale «c’erano pure “Loro”, “Quelli di la sotto”». Il complottismo nascondeva anche un po’ di amarezza per la condanna del boss Bruno Emanuele, concludendo che «se fosse stato libero, le cose sarebbero andate diversamente». Un’ipotesi “stravagante” e surreale, soprattutto considerando i duri colpi inflitti da forze dell’ordine e antimafia proprio alla cosca “egemone” di Limbadi. (ma.ru.)


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