Skip to main content

Ultimo aggiornamento alle 18:31
Corriere della Calabria - Home

I nostri canali


Si legge in: 4 minuti
Cambia colore:
 

L’inchiesta palermitana

Il tesoro di Matteo Messina Denaro e il «patto con i calabresi» per la droga dal Sudamerica

Sequestrati beni per 200milioni di euro. Nelle carte dell’inchiesta le dichiarazioni del collaboratore Giuseppe Bruno: dai prezzi della cocaina ai «fornitori calabresi» agganciati per l’importazione…

Pubblicato il: 28/05/2026 – 18:31
di Giorgio Curcio
00:00
00:00
Ascolta la versione audio dell'articolo
Il tesoro di Matteo Messina Denaro e il «patto con i calabresi» per la droga dal Sudamerica

LAMEZIA TERME Lo storico capo di Cosa nostra, ormai defunto, Matteo Messina Denaro «era entrato in affari con i calabresi per importare sostanze stupefacenti dal Sudamerica». È uno spaccato tutt’altro che banale quello che emerge dall’inchiesta della Dda di Palermo che avrebbe consentito di ricostruire – almeno in parte – l’immenso tesoro sparso, è proprio il caso di dirlo, in giro per il mondo: azioni, fondi, titoli, conti milionari in banche di diversi Paesi, appartamenti e resort extralusso tra Marbella e Malaga e decine di società, come la Lujo Family Office, la spagnola Smiley Bubbles e la Cinzano Ltd, costituita nel 2011 nelle Isole Cayman. Un patrimonio dal valore di oltre 200 milioni di euro, riconducibile a Giacomo Tamburello, 66enne di Campobello di Mazara, tra gli arrestati dell’operazione e ritenuto dagli inquirenti palermitani l’uomo che avrebbe gestito il narcotraffico per conto di Matteo Messina Denaro.

Tamburello

Mentre la sensazione degli investigatori è quella di aver scoperto solo la punta dell’iceberg, dalle carte dell’inchiesta palermitana emerge dunque anche un filone che parla di Calabria. Un dato acquisito agli atti attraverso l’interrogatorio del collaboratore Giuseppe Bruno che, nel gennaio scorso, ha reso dichiarazioni sul conto di Tamburello e sui rapporti tra Matteo Messina Denaro e i traffici internazionali di droga. «La persona che io chiamo l’avvocato e Tamburello avevano avviato questo traffico di stupefacenti per conto di Matteo Messina Denaro ed erano in grado di rifornire sia di cocaina che di hashish a un prezzo notevolmente più basso rispetto a quello proposto dai calabresi, purché la droga venisse pagata a vista», spiega il collaboratore. E ancora: «All’epoca i calabresi vendevano la cocaina a 31mila euro, mentre Tamburello riusciva a venderla a 24mila euro al chilo». «La maggior parte degli sbarchi di droga organizzati dai trapanesi avvenivano in Spagna e da qui la droga era trasportata in Italia con i camion frigo per il trasporto del pesce», ha spiegato ancora il collaboratore.

I fornitori calabresi

Ma non è tutto. Nel successivo interrogatorio dell’11 febbraio 2026, Bruno forniva ulteriori dettagli sulla figura di Giacomo Tamburello e sui collegamenti con i canali di approvvigionamento della droga, tirando in ballo altri nomi. «Dalle notizie che il Maniscalco aveva dall’ambiente milanese apprendeva che il Tumbarello, insieme ad altri professionisti, aveva in mano il traffico dell’hashish dal Marocco ma anche dell’eroina e sarebbe stato utile dunque cercare un contatto con lui per consentire al mandamento di Pagliarelli di riprendere quella fetta di mercato».

La cocaina dal Brasile

È in questo quadro che il collaboratore introduce un ulteriore riferimento ai fornitori calabresi, collegandolo ai dialoghi sui trasporti di cocaina e all’importazione dal Brasile. «A tal proposito voglio specificare che l’interlocutore di Calvaruso sui dialoghi relativi ai trasporti di cocaina scambiati nei messaggi criptati mentre era in Brasile era proprio Francesco Marsalone e non Giovanni Caruso, perché tramite i criptati Calvaruso organizzava dal Brasile l’importazione della cocaina, perché il Marsalone aveva proprio i contatti con i fornitori calabresi, mentre il Caruso si limitava ad avere un ruolo nello smistamento della droga sia su Pagliarelli che sugli altri mandamenti – Porta Nuova, Santa Maria, Ciaculli – anche tramite tale Enrico detto “muschidda”, un affiliato che è stato a lungo detenuto, consuocero di Giovanni Caruso. Il figlio di Enrico lavora nel panificio di fatto in proprietà del Caruso. Ora che mi dite il cognome mi sovviene che si tratta di Enrico Scalavino, che conosco benissimo».

Il tesoro del narcotraffico

Un’inchiesta, quella palermitana, che apre uno squarcio significativo sui canali del narcotraffico, sulle rotte internazionali e sulle connessioni operative tra circuiti criminali diversi. Il cuore dell’operazione resta il presunto reimpiego dei capitali accumulati attraverso decenni di traffici di droga. Secondo la ricostruzione della Dda di Palermo, Tamburello avrebbe impiegato, sostituito e trasferito denaro, beni e altre utilità provenienti dai traffici internazionali di stupefacenti in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali e speculative, avvalendosi di una pluralità di schermi societari esteri riconducibili formalmente alla moglie Maria Antonina Bruno, al figlio Luca Tamburello e ad altri soggetti. Un sistema che, secondo l’accusa, avrebbe consentito di movimentare il denaro attraverso conti correnti aperti in diversi Paesi esteri, investimenti immobiliari in Italia e all’estero, acquisto di metalli preziosi, partecipazioni societarie, azioni, titoli e strumenti finanziari. Il tutto con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa, in particolare della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, articolazione di Cosa nostra storicamente legata all’area di Matteo Messina Denaro. (g.curcio@corrierecal.it)

Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato  

Argomenti
Categorie collegate

x

x