’Ndrangheta, il “cantiere” del boss Galluzzi era tra due bar di Rossano. Le buste paga e il «lavoro fantasma»
Sottoposto a libertà vigilata, dichiarava di essere al lavoro ma le telecamere lo avrebbero ripreso nei locali della città. I documenti da consegnare all’avvocato per il ricorso, poi respinto
CORIGLIANO ROSSANO «Adesso sono al lavoro… fino a dicembre ho il contratto poi… vediamo». Sono le 9:02 del 21 settembre 2021 quando Salvatore Galluzzi (classe 1976), ritenuto dagli investigatori al vertice della cosca di ’ndrangheta di Rossano, telefona all’Ufficio esecuzione penale esterna (UEPE) di Cosenza. Deve dimostrare di rispettare le prescrizioni della libertà vigilata, tra cui l’obbligo di procurarsi un’occupazione stabile. Assicura che tutto procede bene e che, proprio in quel momento, si trova sul posto di lavoro. Ventitré minuti dopo, però, Galluzzi è ancora a casa con la famiglia. Il figlio Francesco avrebbe telefonato proponendosi di portare dei cornetti per la colazione e il papà si sarebbe consultato con la moglie Anita e la figlia Giovanna, declinando però l’offerta perché tanto stanno per uscire e devono soltanto aspettare che la moglie finisca di prepararsi. «Ed ora scendiamo… il tempo che si veste tua madre e scendiamo», dice al figlio. Per gli investigatori è uno dei primi elementi che mettono in discussione l’effettività dell’attività lavorativa dichiarata dall’uomo. Un’attività che, secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza dell’inchiesta “Ginestra”, sarebbe stata soprattutto documentale tra contratti, buste paga e rapporti di lavoro formalmente registrati, mentre intercettazioni e videoriprese raccontavano giornate trascorse altrove.
La libertà vigilata dopo il carcere
Galluzzi era uscito dal carcere di Viterbo il 16 maggio 2021, dopo aver terminato di scontare una precedente condanna. Dal giorno successivo era stato sottoposto a tre anni di libertà vigilata, con scadenza prevista per il 16 maggio 2024. Le prescrizioni imponevano, tra le altre cose, di trovare al più presto un lavoro stabile, evitare la frequentazione abituale di persone pregiudicate, salvo le eccezioni previste, e non frequentare abitualmente bar e altri esercizi pubblici. Proprio su questi aspetti si concentra l’attenzione degli investigatori. Galluzzi, attraverso le conversazioni telefoniche, manteneva contatti periodici con l’UEPE di Cosenza, che ne verificava il percorso di reinserimento. E, dagli accertamenti nella banca dati dell’INPS, risultavano rapporti di lavoro part-time e, in un periodo successivo, la percezione dell’indennità di disoccupazione. Tra le imprese coinvolte figurava un’attività di installazione di impianti elettrici con sede a Rossano. Secondo gli investigatori, tuttavia, diversi elementi suggerivano che l’occupazione dichiarata non corrispondesse a un’effettiva attività lavorativa.
«Ho finito di lavorare». Ma le telecamere lo riprendono al bar
Un altro episodio risale al 10 novembre 2021. Alle 9:13 Galluzzi contatta l’azienda, utilizzando il telefono del figlio Antonio, per chiedergli un incontro: ha bisogno di una busta paga. L’imprenditore, però, si trova a Rocca Imperiale e i due concordano di risentirsi. Alle 11:04 Galluzzi telefona alla moglie e le comunica di aver terminato di lavorare e di doversi occupare di alcune commissioni. Le telecamere installate dagli investigatori nei pressi del bar «Guetos» restituiscono, però, un quadro differente. Tra le 9:45 e le 12:30 l’uomo viene ripreso ripetutamente nell’area del locale, dove incontra diverse persone, alcune delle quali considerate appartenenti al gruppo criminale rossanese. Si allontana per circa 47 minuti insieme a Francesco Sommario, per poi ritornare nello stesso bar. Secondo la ricostruzione investigativa, quella mattina «non risulta che Galluzzi abbia svolto l’attività lavorativa dichiarata» annota il gip nell’ordinanza.
Il «cantiere» tra i bar Guetos e Sporting
È quanto emerge anche dalle intercettazioni del febbraio 2022. La sera del 6 febbraio Galluzzi contatta l’imprenditore e gli propone di incontrarlo per un caffè, «per vedere dove dobbiamo andare a lavorare domani» e i due si accordano per vedersi al bar «Guetos». La mattina successiva, alle 9:16, Galluzzi gli telefona nuovamente, comunicandogli di trovarsi già «sul cantiere qua». Ma le videoriprese ricostruiscono una giornata diversa. Alle 9:38 Galluzzi arriva al Guetos con il figlio Antonio. Successivamente si sposta tra quel locale e il vicino bar Sporting, dove incontra vari interlocutori. Le telecamere documentano altri spostamenti e incontri nel corso della giornata. È a questo punto che gli investigatori arrivano a una conclusione particolarmente significativa: il «cantiere» nel quale Galluzzi avrebbe trascorso la giornata era, in realtà, l’area compresa tra il Guetos e lo Sporting. Non un luogo di lavoro, secondo la loro ricostruzione, ma «uno spazio abituale di incontri con soggetti del suo ambiente relazionale e criminale».
Le buste paga da consegnare all’avvocato
C’è poi un secondo aspetto della vicenda, che riguarda direttamente la documentazione lavorativa. Il 5 novembre 2021 il figlio Francesco viene contattato da un legale per il ricorso contro la misura di libertà vigilata imposta al padre. E tra i documenti necessari figurano il contratto di lavoro e le buste paga, annota il gip. Tre giorni dopo, l’8 novembre, Galluzzi chiede all’imprenditore di «procurargli le buste paga mancanti, indicando quelle di luglio e ottobre» scrive il gip. Nel pomeriggio, il figlio Francesco incontra l’imprenditore a Rossano Scalo e successivamente comunica al padre di aver ricevuto «tutte e tre» le buste paga. Le richieste, però, proseguono. Il 10 novembre Galluzzi torna a cercare l’uomo per un altro documento, l’11 novembre chiede al figlio Francesco di stampare l’ultima busta paga da consegnare all’avvocato. Il giorno successivo si rivolge alla figlia Giovanna affinché gli porti il contratto e tutta la documentazione per farne una copia. Per gli investigatori, quei contatti assumono rilievo perché riguardano documenti destinati a sostenere il ricorso contro la libertà vigilata, in un contesto nel quale l’effettività dell’occupazione risultava fortemente messa in dubbio dalle attività di indagine. Il ricorso, tuttavia, viene respinto, come emerge da una successiva conversazione del 22 dicembre 2021 tra Galluzzi e la moglie.
L’imprenditore e le telecamere installate nell’abitazione
I rapporti con l’imprenditore, come ricostruito dagli inquirenti, non avrebbero riguardato soltanto i documenti lavorativi. Già perché nel febbraio 2022, secondo l’ordinanza, Galluzzi avrebbe deciso di dotare la propria abitazione di un impianto di videosorveglianza. E gli investigatori ritengono che la scelta sia legata anche alla volontà di controllare gli accessi alla proprietà e la strada pubblica adiacente, nel timore di possibili attività delle forze dell’ordine. È proprio Gradilone a occuparsi dell’acquisto delle apparecchiature e dell’installazione. Il 17 febbraio l’imprenditore raggiunge l’abitazione di Galluzzi per eseguire i lavori, mentre quest’ultimo si trova fuori casa. Più tardi i due si sentono telefonicamente per alcuni aggiornamenti e nel pomeriggio Galluzzi partecipa alla regolazione delle telecamere. Un rapporto che, dunque, andava oltre la sola gestione delle buste paga. Va precisato che Giuseppe Gradilone, pur citato nelle intercettazioni e negli accertamenti sui rapporti lavorativi, non figura tra i destinatari delle misure cautelari disposte nell’ordinanza «Ginestra». Il provvedimento non consente di attribuirgli automaticamente responsabilità penali per le condotte ipotizzate dagli investigatori.
Le carte di «Ginestra»
Il capitolo dedicato alla libertà vigilata è uno degli elementi utilizzati dagli investigatori per ricostruire le abitudini di Galluzzi e la sua permanenza negli ambienti criminali rossanesi dopo la scarcerazione. L’uomo è stato destinatario della custodia cautelare in carcere nell’ambito dell’operazione «Ginestra» per l’ipotesi di partecipazione all’associazione mafiosa. (g.curcio@corrierecal.it)
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