La morte di Carmelo e Primo, operai degli agrumi uccisi per un avvertimento della ’ndrangheta
Rizziconi, 5 gennaio 1979: una strada stretta, un camion che rallenta, una raffica. La storia di due uomini qualunque finiti nel posto sbagliato, al momento sbagliato

La strada consortile è stretta, obbliga a rallentare. Il camion avanza piano, troppo piano per passare inosservato. È il 5 gennaio 1979 e nella Piana di Gioia Tauro l’inverno profuma di agrumi e paura. Carmelo Di Giorgio è seduto accanto a Primo Perdoncini. Non doveva esserci, di solito segue i viaggi da lontano, con la sua auto. Oggi no. Oggi sale sul camion, per compagnia, per amicizia, forse solo per rendere meno lungo il tragitto verso il Nord.
Non sanno di essere entrati in un territorio regolato da leggi invisibili. Qui il mercato non è libero, le arance non sono solo frutti, i camion non sono solo mezzi di lavoro. Ogni carico ha un prezzo che non è scritto sulle fatture, ogni viaggio deve avere il permesso di qualcuno che non si vede. Carmelo e Primo hanno fatto quello che fanno gli operai: hanno lavorato. Hanno comprato agrumi, li stanno portando via. Tanto basta.
Il camion diventa una trappola
Sul ponte vecchio di Rizziconi il tempo si ferma. Una raffica squarcia il silenzio, il parabrezza esplode, il camion diventa una trappola. Non è un agguato personale, non c’è rabbia, non c’è vendetta. È un avvertimento. I sicari probabilmente non conoscono nemmeno i nomi delle loro vittime. Servono corpi, non identità.
Carmelo ha ventiquattro anni. Primo trentuno. Vengono caricati sulle ambulanze, corrono tra un ospedale e l’altro, prima a Rizziconi, poi a Reggio Calabria. Restano sospesi tra la vita e la morte, come spesso accade a chi finisce in mezzo agli affari della ‘ndrangheta. Muore prima uno, poi l’altro. A distanza di ventiquattro ore. Il messaggio è stato consegnato.
Un funerale affollato e stonato
Intanto, lontano da lì, una ragazza di ventitré anni aspetta un figlio che non conoscerà mai suo padre. A Lentini la notizia arriva confusa, spezzata. Il paese si riempie di voci, di mezze frasi, di sospetti. Qualcuno dice che Carmelo «se l’è cercata», che dietro ci fosse altro. È la seconda violenza, quella che colpisce dopo i proiettili. Ma c’è anche chi resta, chi stringe le mani, chi accompagna in silenzio un funerale affollato e stonato, dove non tutti sono lì per amore.
La ‘ndrangheta, intanto, continua a controllare strade, trasporti, mercati. Lo fa nell’ombra, protetta da complicità antiche, mentre lo Stato annota, archivia, dimentica. L’omicidio resta senza colpevoli, come tanti. Un fatto di sangue, scrivono. Un episodio legato agli agrumi, aggiungono.
Passano gli anni. Cresce una figlia che conosce il padre solo attraverso fotografie ingiallite e racconti a metà. Carmelo resta un nome inciso nella memoria familiare, Primo un volto lontano, ma legato allo stesso destino.

Qualcuno, molto tempo dopo, prova a restituire dignità a quei nomi. Una strada, una targa, un albero piantato lontano dalla Calabria, nel Bosco dei Cento Passi. Segni fragili, ma necessari. Per ricordare che anche chi non alza la voce può essere ucciso. Che la mafia non colpisce solo chi combatte, ma anche chi lavora.
La strada di Rizziconi oggi è ancora lì. I camion passano, rallentano, ripartono. La memoria, invece, rischia di fermarsi. Eppure Carmelo Di Giorgio e Primo Perdoncini continuano a chiedere spazio nel presente, perché la loro storia non è solo passato: è una lezione mai davvero imparata. (f.v.)
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