Antonio Scirtò, il ferroviere che la ‘ndrangheta uccise per sbaglio
Reggio Calabria, 1987: il 41enne morì sul colpo, colpito da una scarica destinata a un altro uomo

Una strada di periferia, una curva appena accennata tra le colline nei pressi di Reggio Calabria. Un’alba come tante, con il silenzio rotto solo dal rumore delle auto che si incamminano verso il centro. È il 17 gennaio del 1987.
Antonio Scirtò, 41 anni, ferroviere, padre di due bambini, è a bordo della sua vecchia Opel Corsa. Sta andando al lavoro, come ogni mattina. Alle 7:30 è puntuale: sempre quella strada, sempre quell’orario. Abitudini semplici, come la sua vita.
Quel giorno però, al posto della solita routine, ad aspettarlo c’è la morte. Invisibile, spietata e totalmente disinteressata a chi colpisce. Un’esecuzione mafiosa, preparata con meticolosa attesa, cambia il destino di un uomo che non ha nulla a che fare con la guerra tra clan che da mesi sta insanguinando Reggio Calabria.
Il terribile agguato
Dietro quella curva, nascosti dentro un villino disabitato, i killer hanno messo in piedi il loro teatro di morte. L’obiettivo sarebbe Francesco Stillitano, 28 anni, pasticciere per mestiere, pregiudicato per droga nella realtà. Sta viaggiando con un nipote di 13 anni e un collaboratore, Salvatore Falduto, anche lui già noto alle forze dell’ordine. La loro Renault rossa si avvicinava alla curva. Ma davanti a loro, inconsapevole scudo umano, c’è proprio Antonio Scirtò.
La pioggia di fuoco si scatena: sette colpi di lupara, otto colpi di pistola calibro 7,65. Una scarica micidiale, studiata per essere definitiva. I pallettoni si allargano a ventaglio e investono in pieno l’auto di Scirtò. Non ha il tempo di capire, di frenare, di salvarsi. Muore sul colpo, innocente. Vittima del solo fatto di trovarsi nel posto sbagliato, al momento sbagliato.
La guerra tra cosche di ‘ndrangheta e la città ferita
La città si ferma, ancora una volta. Non è la prima morte innocente, non sarà l’ultima. Ma ogni volta lascia lo stesso sapore amaro, lo stesso senso d’impotenza. La guerra tra le cosche, quelle che si contendono il controllo della zona sud della città, ormai non distingue più tra chi è dentro e chi è fuori. La linea tra il crimine organizzato e la vita quotidiana dei cittadini si è fatta così sottile da non esistere quasi più.
Stillitano e il nipote restano gravemente feriti. Il ragazzo, colpito al petto, lotta in ospedale. Anche lui, come Scirtò, non c’entrava niente. Stava solo andando a scuola.
Dietro l’agguato, secondo gli inquirenti, ci sono i soliti nomi: Rosmini e Lo Giudice. Famiglie rivali in una guerra sotterranea che ha già fatto dieci morti nei primi giorni dell’anno. Una faida partita con l’omicidio del boss Paolo De Stefano, che ora si ramifica come un cancro in ogni angolo della città. Non si spara più solo di notte, non si uccide più soltanto chi è “coinvolto”.
Gli inquirenti lavorano nel vuoto
La paura serpeggia ovunque. Gli inquirenti, pochi e lasciati soli, lavorano nel vuoto. La squadra mobile è sotto organico da decenni. Lo Stato arriva tardi, a volte non arriva proprio. Antonio Scirtò, invece, era sempre puntuale. Ogni giorno, alla stessa ora, faceva la stessa strada. Non aveva conti in sospeso, non conosceva i giochi di potere. Cercava solo di mantenere la sua famiglia, di vivere una vita dignitosa. È morto per questo: per normalità. Perché la sua normalità è finita nel mirino di una guerra senza regole. Oggi il suo nome è uno tra tanti, spesso dimenticati, che pagano per errori e guerre altrui. Ma dietro quel nome c’è una vita intera. C’è un uomo che quella mattina voleva solo andare a lavorare. (f.v.)
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