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Pierantonio Castelnuovo, il “fratello dell’attore” ucciso per aver chiesto rispetto

Nel 1976 l’omicidio a Lecco dell’operaio comunista durante una festa dell’Unità. Si disse che si era trattato di una lite con esponenti neofascisti. Ma dietro c’era già la mano della ‘ndrangheta

Pubblicato il: 16/08/2026 – 7:01
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È la sera del 5 settembre 1976. A Lecco il Festival dell’Unità è una festa di popolo, un momento di comunità e partecipazione, nel cuore operaio del rione Castello. Lì vive Pierantonio, operaio tracciatore, sindacalista tenace, militante del Partito Comunista Italiano. Un uomo di quarantadue anni, col fisico provato dalla fatica e dalla malattia, ma con la schiena dritta e una fiducia ostinata nella giustizia sociale. Ha tre figli, una moglie, e una vita semplice. Una di quelle vite che non fanno rumore finché qualcuno non decide di spegnerle.
Quella sera, al circolo “Il Farfallino”, il clima è disteso, la musica riempie l’aria, i sorrisi sono sinceri. Ma a volte il buio si insinua anche tra le luci. Un gruppo di giovani entra provocatoriamente nella festa col solo intento di disturbare. Bevono, urlano, pretendono sconti. Cantano canzoni dialettali a squarciagola, la sensazione è che stiano cercando lo scontro.
Pierantonio non ci sta, pretende rispetto. Si avvicina, le mani in tasca, e con la calma di chi conosce il valore della parola dice semplicemente: «Ragazzi, fate i bravi, andate a casa». Non può sapere che quello sarà il suo ultimo gesto.
Viene accerchiato, colpito con violenza inaudita. Un pugno allo stomaco lo piega. Poi calci, schiaffi, ancora pugni. Sotto gli occhi della moglie e degli amici, Pierantonio cade a terra e non si rialza più. Muore durante il tragitto verso l’ospedale. Lo hanno ucciso per nulla, solo per affermare la legge del più forte.

I fratelli famosi, ma per motivi diversi

I giornali il giorno dopo parlano di “zuffa” in cui è rimasto ucciso un operaio comunista. Inizialmente si pensa a un omicidio di matrice neofascista.
A Lecco, per anni, di Pierantonio si parlerà sempre meno. Il suo nome verrà ricordato solo perché era “il fratello dell’attore” Nino, uno dei volti più popolari d’Italia per aver recitato in film importanti come “Un maledetto imbroglio” di Pietro Germi, “Il gobbo” di Carlo Lizzani, “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti, “Tutti a casa” di Luigi Comencini, “Un mondo nuovo” di Vittorio De Sica, ma soprattutto “I promessi Sposti”, la serie televisiva Rai del 1967 in cui interpreta Renzo Tramaglino.

L’attore Nino Castelnuovo

Pochi giorni dopo quel tragico omicidio, vengono arrestate sei persone. Nel frattempo la federazione del Pci del circolo «Farfallino» organizza un’assemblea per discutere del fatto, sono invitati anche esponenti della Dc, del Psi, del Pri, insieme all’Anpi e a Cgil, Cisl e Uil. Ma col passare del tempo la memoria di Pierantonio perde consistenza. Quando, decenni dopo, le inchieste sulla ‘ndrangheta al nord cominciano a illuminare i legami invisibili tra la Lombardia e le cosche calabresi, la sua morte riemerge dalle nebbie. Il clan dei Coco Trovato, radicato proprio in quelle zone sin dagli anni ’70, viene travolto da arresti e processi. E in una confessione, uno dei sicari del clan pronuncia quel nome: Pierantonio Castelnuovo. Il suo omicidio, dice, non fu una rissa né una casualità. Fu un’esecuzione dimostrativa. Un messaggio di sangue, per far capire a Lecco chi stava prendendo il controllo.


Angelo Musolino, uno degli aggressori di quella notte, era legato da vincoli familiari a quel sistema mafioso che per anni ha prosperato tra cemento, locali e minacce. Anche lui, come Pierantonio, aveva un fratello famoso, ma non per fatti di cui andare orgogliosi: Vincenzo, affiliato alla cosca di ‘ndrangheta lecchese.
Anni dopo Angelo verrà arrestato per tentata rapina, in tasca una pistola, in casa hashish e banconote. Non aveva mai lavorato un giorno in vita sua.
Pierantonio, invece, fino a quel maledetto 5 settembre 1976, si era guadagnato ogni singolo giorno. Ogni respiro. Ogni stretta di mano. Era un uomo che credeva nella dignità, che difendeva le feste popolari come spazi di libertà. È morto così, senza rumore. (f.v.)

Le storie dimenticate

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